Salerno è un comune di 146.324 abitanti, capoluogo dell'omonima provincia. È la seconda città della Campania per popolazione dopo Napoli. È nota dal Medioevo per la sua Scuola Medica Salernitana, che fu la prima e più importante istituzione medica d'Europa all'inizio del Medioevo (IX secolo) e come tale considerata da molti come la madre delle moderne università.
La città sorge in una magnifica posizione sull'omonimo golfo tra la costiera Amalfitana e la piana di Paestum. Il clima è tipicamente mediterraneo, con inverni miti ed estati con piogge molto scarse e la sua posizione fa sì che la città sia spesso interessata da forti venti. L'economia della città si basa fondamentalmente su commercio e terziario. Il turismo, tra le potenziali risorse della città, è sicuramente quella più rilevante.






Di seguito è riportata, quasi integralmente, la tesi di laurea su Salerno e il Castello di Arechi di Emanuela Scuoppo



Salerno e il suo territorio urbano
La configurazione urbana di Salerno è stata condizionata, fin dalle origini, dalle caratteristiche geo-morfologiche del sito: una città fortemente condizionata dalla natura impervia del fianco della collina, solcata da numerosi valloncelli naturali e da canali artificiali costruiti allo scopo di convogliare l’acqua senza danni verso il mare. Un territorio urbano molto esiguo è sempre stato quindi quello a disposizione degli abitanti di Salerno: dalle strette terrazze naturali, alle pendici di una collina di natura impervia, e stretta dal mare più di quanto non appaia oggi. Inoltre la collina non ha mai consentito ampliamenti del tessuto urbano oltre la fascia pedemontana, sia per motivi funzionali che per la naturale difficoltà di accesso. La caratteristica disposizione dello strato urbano è ben evidenziata dalla veduta satellitare D’altra parte, l’importanza del suo territorio, la mitezza del clima, la fertilità della campagna, la salubrità dell’ aria e la vicinanza del mare hanno reso Salerno nota come luogo non solo di bellezza e di incanto ma anche di importanza cruciale dal punto di vista politico ed economico fin dall’epoca romana, e ne hanno condizionato l’urbanizzazione. L’evoluzione urbanistica della città di Salerno non può tuttavia essere compresa se non si analizza il rapporto con il Castello sulla collina Bonadies: la presenza del Castello è infatti decisiva nella crescita della città e ne influenza profondamente la struttura fino all’età moderna.  Il processo  di urbanizzazione della zona è avvenuto attraverso successivi avvicinamenti al mare, con ampliamenti repentini, alternati a lunghi periodi di stasi, durante i quali avvennero numerosi  rifacimenti e sovrapposizioni. Questo tipo di ampliamento, che trova giustificazione nella storia politica di Salerno, si manifesta parallelamente all’ampliamento del Castello e al miglioramento delle sue fortificazioni. La storia di Salerno non può quindi prescindere dalla storia del suo apparato difensivo. 


La città romana  
La storia di Salerno inizia nel 194 a.C. quando il Senato Romano deliberò la fondazione di cinque nuove colonie nell’ Italia meridionale, tra cui una “ad castrum Salerni” ; tre anni dopo, nel 197 a.C. , vennero inviati trecento uomini in ciascuna delle città di nuova fondazione: Puteoli, Volturnum, Liternum, Salernum e Bexentum. Salernum nasce dunque come colonia “marittima” di diritto romano, anche se l’accampamento militare fortificato (“castrum”) da cui la colonia fu dedotta era sorto durante gli eventi degli ultimi decenni del III secolo a. C. In particolare la fondazione del castrum è successiva alla ribellione dei Picentini a Roma durante la guerra punica e alla loro dispersione dopo la sconfitta dei Cartaginesi.
Alle falde del colle sorse un oppidum, cioè un centro abitato recinto da mura, e in esso si trasferì gran parte della popolazione della campagna e di quella che già da alcuni secoli si era stabilita verso il porto dell’ antica Irna, alla foce del fiume Irno. Dopo alcuni anni fu necessario realizzare le abitazioni fuori dalle mura del castrum. La popolazione che viveva nei casolari sparsi sul territorio affluì sulla collina per sentirsi protetta e difesa.
Se è incerto il luogo preciso del primo stanziamento romano a Salerno, la città vera e propria sembra che si possa ubicare nell’area dell’attuale centro storico; tuttavia, nessun resto monumentale romano ci è pervenuto. E’ importante sottolineare che, mentre la fisionomia di Salerno medievale è abbastanza ricostruibile nelle sue linee principali, per l’epoca romana non possediamo nessuna testimonianza topografica precisa. Tra le epigrafi a noi note, sola una, di età tarda, ci testimonia l’esistenza in città di un canale, soggetto a disastrose alluvioni. Come i pochi e frammentari ritrovamenti archeologici, anche le testimonianze materiali pervenuteci dell’epoca romana sono ridotte: si tratta per lo più di colonne, capitelli, frammenti di architravi, il tutto chiaramente riutilizzato in epoca post-classica e non tutto certamente rinvenuto dall’espoliazione dell’antica Salernum.Uno dei campi prediletti dagli studiosi di Salerno romana è stato quello dell’analisi e dell’estensione delle mura di cinta: problema questo molto importante, in quanto esso implica l’identificazione dei limiti dell’abitato antico e anche delle sue strade e delle sue porte. A ciò bisogna aggiungere il fatto che le fortificazioni romane erano considerate alla base delle cinte posteriori, specialmente di quella longobarda. La ricostruzione del percorso delle mura romane di Salerno prevede come punto di partenza il Castello Arechi, che si eleva a quota 300 metri sul livello del mare. Dal castello, seguendo le ripidi pendici del monte Bonadies, le mura sarebbero giunte presso la medievale Porta dei Respizzi (Via de Renzi). Da questo punto le mura, sarebbero giunte alla Porta di Ronca, all’estremità occidentale di via Tasso; avrebbero costeggiato poi il ciglio della scarpata  a sud di via Tasso, fino ai gradoni della Madonna della Lama. Da questo punto sarebbero scese a costeggiare il lato superiore di  Largo Campo, per poi dirigersi verso est, seguendo grosso modo l’allineamento via Dogana Vecchia, Via Mercanti, fino alla via delle Botteghelle. Da qui sarebbe iniziato il nuovo tratto ascendente della fortificazione, la quale avrebbe toccato le due porte ipotizzate per il lato orientale della città, cioè Porta Elina e Porta Rotese, dopo di che si sarebbe diretta su per la collina, fino giungere di nuovo il Castello.


Il Castello e  i Bizantini
Al contrario di chi erroneamente attribuisce al castello un’origine longobarda, è ormai accertato che la costruzione originaria è riconducibile al VI secolo d.C.: si tratta di un castrum bizantino fatto erigere probabilmente da Narsete durante la guerra greco-gotica, la cui funzione consisteva nel controllo del porto sottostante. Questa costruzione risale alla conquista di Giustiniano (553) e rimane intatta fino all’occupazione longobarda.
La presenza dei bizantini a Salerno valse alla città a rinnovare l’aspetto urbano, trasformando e riutilizzando strutture già esistenti. Infatti, dall’impianto del castrum romano i bizantini derivarono il cammino di ronda, la grande porta principale in ferro con il ponte levatoio, vincolato in basso a cerniera. e una torre, il primitivo impianto di quella che sarà chiamata nel periodo longobardo Turris Maior. A pianta rettangolare, s’innalzava sulla roccia sviluppandosi su più ordini; appariva costruita su cinque livelli se non sei. La sua architettura si sviluppava utilizzando un perimetro murario continuo ed una serie di piloni centrali che servivano a reggere gli archi e le volte dei vari piani. Verso la fine del IV secolo le mura vennero ampliate per difendere le nuove costruzioni, mentre il Castello non subì modifiche. Le mura vennero spostate nei pressi della chiesa di S. Andrea de Lavinia e verso est giunsero all’attuale Porta di Mare, mentre perpendicolarmente toccarono l’attuale Largo Dogana Regia e verso nord si stendevano fino al vicolo Pietro Barliario. All’interno delle mura, la Salerno medioevale presenta una rete stradale notevolmente irregolare. Le strade non sono tutte uguali, ma esiste una graduazione continua di arterie principali e secondarie che tengono conto della pendenza del monte Bonadies. Le piazze non sono recinti indipendenti dalle strade, ma slarghi legati strettamente alle strade che vi confluiscono. Le vie secondarie sono semplici passaggi, tutte le altre si presentano a vari usi: il commercio o le riunioni, mentre le case si aprono verso lo spazio pubblico comune. La mancanza di un centro univoco riflette la presenza di diversi poteri: il Vescovado, il Governo cittadino, gli ordini religiosi, le corporazioni. In questo periodo la cinta muraria della città cresce con piccoli avanzamenti verso oriente e mezzogiorno. Le mura hanno tracciato irregolare. Per questo i quartieri sono densi e le case crescono in altezza. Al loro interno gli unici spazi verdi sono conservati dagli ordini monastici. Questo dimostra l’importanza assunta dal clero nella vita sociale, politica ed economica della città  e le sue conseguenze sullo sviluppo urbanistico.


I Longobardi e  Arechi II
L’insufficienza della documentazione scritta e la mancanza di fonti grafiche e di reperti archeologici rendono estremamente arduo riconoscere una contiguità spazio temporale fra il castrum bizantino e la città che con Arechi II assunse una posizione di primissimo piano nella Longobardia Minor.
La nostra conoscenza delle vicende dei Longobardi nel Mezzogiorno è quasi completamente affidata a un’unica fonte, ovvero lo storico Paolo Diacono (720 ca.-799 ca.), che scrive a Montecassino a due secoli dalla conquista. È comunque un dato di fatto che, all’ interno dei regni longobardi, i ducati di Benevento e Spoleto si caratterizzavano per una notevole autonomia, e che di frequente entrarono in conflitto con i re della Longobardia Minor: in un documento del 746, i ducati di Benevento e di Spoleto sono considerati fra quei paesi stranieri nei quali è proibito recarsi senza permesso regio. La loro autonomia era la conseguenza di una solidarietà organica fra popolazioni, aristocratici e duchi all’interno di un territorio regionale ben definito.
All’interno del ducato di Benevento, la città di Salerno acquistò una crescente autonomia, che raggiunse il culmine con Arechi II (m. 787). Questi, divenuto anche genero del re Desiderio, dopo la scomparsa del regno longobardo, nel 774, si autoproclamò "principe della gente dei longobardi". "Arechi — secondo la studiosa Vera von Falkenhausen — si considera rappresentante della gens e della patria longobarda, indipendente e sullo stesso piano di un re". Questa concezione del principato, in larga misura mantenuta dai discendenti di Arechi fino alla conquista normanna, influenzò profondamente la struttura urbanistica di Salerno.
Durante il suo regno, dal 758 al 787, Arechi condusse interventi sia sul castello che sull’ impianto cittadino. Per quello che riguarda il castello, furono create nuove fortificazioni difensive sovrastate da quattro poderose torri alte e massicce oltre a quella centrale, collegate tra loro per mezzo di ponti e di mura con merli. Delle torri, una affacciava a settentrione ed era provvista di porta di ferro, un’ altra si ergeva  verso occidente ed era detta Pentuclosa (di forma pentagonale), un’ altra si innalzava verso oriente ed era detta Mastra, ed un’ altra più piccola era chiusa in mezzo e veniva detta Torricella. Nell’ ambito di una dimensione strategica complessiva, il Castello costituì il vertice N di uno schema difensivo triangolare, disteso sui pendii del monte Bonadies.
La struttura abitativa del castello era di per sè molto complessa e prevedeva tanti ambienti: la cappella, la grande dispensa per i viveri, le cucine, le stalle, gli alloggi per le guardie, lunghi saloni, scalinate per i piani inferiori. Non mancavano nascondigli, trabocchetti, finte porte, vani senza sbocchi ed officine per i maniscalchi e la bottega dei sellai.

Anche il primo circuito murario sarebbe stato integralmente rinnovato dal principe Arechi II (Figura 3). Questa fase di rinnovamento delle mura è così profonda che viene chiamata Rifondazione Arechiana, a indicare il completo rinnovamento della struttura urbanistica. Per quello che riguarda i materiali utilizzati per il rifacimento delle mura, è da notare che gli ampi tratti di muratura a grossi blocchi squadrati devono riferirsi alle fortificazioni che Salerno già possedeva prima della venuta dei duchi beneventani. I filari di blocchi squadrati, rinvenuti per ampi tratti, rivelano una tecnica di allineamento adottata in età classica. La muratura della enorme massa trapezoidale, presenta grossi blocchi tufacei, provenienti dalla parziale distruzione della muratura a filari squadrati. È chiaro quindi che le mura longobarde si fondarono sul riutilizzo dei materiale preesistenti. Non si ha notizia di porte. Probabilmente non erano più di due: Porta San Fortunato ad est e Porta di Mare a sud.
In seguito alla morte di Arechi II e del suo erede Romualdo nello stesso anno, il successore fu nominato da Carlo Magno, il quale, contro l’opinione del Papa, acconsentì che essa toccasse al secondogenito di Arechi, Grimoaldo III (m. 806). Oltre a un giuramento di fedeltà, il nuovo sovrano si impegnò a porre il nome di Carlo sui documenti e sulle monete, nonché a "franchizzare" i costumi dei longobardi, compresi il taglio della barba e dei capelli. Lo strettissimo legame con i Franchi è sottolineato dal fatto che quando Adelchi, figlio di Desiderio,  tentò  nel 788, una spedizione di riconquista sostenuta dai bizantini, Grimoaldo sostenne le truppe dei Franchi.


Se in un primo momento Grimoaldo dovette demolire le fortificazioni della città, che il padre aveva fatto costruire, ben presto riuscì ad innalzarle nuovamente con una struttura più solida delle precedenti dando origine al quartiere meridionale detto Inter murum et muricitum. (Figura 4). Alla fine dell’VIII secolo la città risultava non solo consolidata tra le vecchie mura, ma anche da altre mura costruite ad Oriente ed Occidente che raggiungevano l’attuale rione Fornelle. Fu in questo periodo che la Salerno romana scomparve del tutto, mentre furono consolidate le porte dell’Angelo, la Rotese e la Elina. Dopo una fase storica molto confusa, caratterizzata da continui e fallimentari interventi degli imperatori carolingi nel Mezzogiorno nel secolo IX, Benevento raggiunse l’apice delle proprie fortune politiche sotto il principato di Sicone (m. 832) e del figlio Sicardo (m. 839); venne imposto un tributo a Napoli ed fu conquistata Amalfi, di cui una parte degli abitanti fu trasferita di forza a Salerno. Tuttavia l’improvvisa morte di Sicardo, privo di figli, scatenò una guerra civile a cui fu posto fine soltanto con l’intervento dell’imperatore franco Ludovico II (825-875), la cui mediazione sancì la divisione fra il Principato di Benevento e quello di Salerno. La frammentazione della Longobardia Minor e l’abbattersi su tutto il Mezzogiorno di ripetute spedizioni saracene, rese necessario il potenziamento del sistema di difesa di Salerno (Figura 5), che per la sua posizione strategicamente importante, fu a più riprese assediata dai Saraceni. Nelle mura si aprivano sei porte: dei Respizzi e Nocerina ad ovest; Rateprandi e di Mera a sud; Elina e Rotese ad est. Punto nodale era Porta Rotese, situata sul lato orientale di Piazza Abate Conforti. Ognuna delle Porte prendeva il nome dalla strada sulla quale sorgevano: Porta Elina, la Porta che conduceva ad Helea, cioè a Velia, la celebre città greco- romana; Porta Rotese a Rota, cioè a Sanseverino, Porta di Ronca era detta anche Nucerina e conduceva a Nocera. All’interno delle mura, le strade principali si collegavano tra di loro mediante una fitta rete di strade secondarie longitudinali e trasversali. I poli urbanistici fondamentali erano: il Palatium, con la cappella dedicata ai Santi Pietro e Paolo e la chiesa madre di S. Maria. Il porto di Salerno sorgeva, più o meno nei pressi del Teatro Verdi attuale e, poiché l’ingresso in esso veniva sbarrato con una catena, in quel luogo fu costruita una porta che fu chiamata Porta Catena.
Nei due secoli successivi Salerno fu protagonista di lotte con gli altri due principati longobardi della regione, e cioè Capua e Benevento. La Longobardia Minor fu riunificata un’ultima volta da Pandolfo I Capodiferro (m. 981), principe di Capua e di Benevento, poi anche di Salerno, grazie soprattutto alla fedeltà portata all’imperatore sassone Ottone I (912-973). Ma alla sua morte tanto Benevento che Salerno si ribellarono al suo erede, Pandolfo II. Nel 1022, ripetendo tentativi dei suoi predecessori, anche l’imperatore santo, Enrico II di Sassonia (973-1024), scese nell’Italia Meridionale, conquistando Benevento e Capua, mentre Guaimario III (m. 918) di Salerno gli si sottometteva dando un figlio in ostaggio. Sotto gli ultimi re longobardi, la struttura urbanistica di Salerno andò incontro a una ulteriore espansione, non tanto nelle cinta muraria e nel numero delle porte, quanto piuttosto nei quartieri periferici.


Dai Normanni a Manfredi
I Normanni provenivano dal ducato di Normandia nato all’inizio del secolo X, ed erano, dunque, già profondamente cristianizzati e, per così dire, “francesizzati”. Sotto la guida di Roberto il Guiscardo (1015 ca.-1085), essi conquistarono Salerno dopo un lungo assedio, nel 1076, sottraendola a Gisulfo II, ultimo principe longobardo della città. Il nuovo dominatore normanno, provvide alla costruzione del Duomo, voluto e progettato da Alfano I, Arcivescovo di Salerno, in onore dell’Apostolo ed Evangelista S. Matteo, Patrono della Città, e a quella del nuovo Castello detto Terracena, ad oriente del Duomo, ricco di grandiose sale e di colonne sostenenti archi intrecciati, con mura merlate, torri e finestre atte alla difesa, oggi purtroppo scomparso, in seguito alle devastazioni subite da Salerno nel corso dei secoli. Di origine normanna è anche il famoso acquedotto oggi visibile nella parte più nota su Via Arce.

           

Sebbene con i Normanni, e in particolare con Ruggero II di Altavilla, Salerno non fu più il centro politico dell’Italia meridionale, a causa del trasferimento della capitale a Palermo, durante questa fase furono effettuati alcuni ampliamenti delle strutture castellane verso sud con la costruzione di un loggiato, mentre i salienti murari, che partendo dalla sommità della collina cingevano la città sottostante, subirono una netta sopraelevazione.
Queste opere di rafforzamento testimoniano l’importanza di Salerno nella  strategia difensiva del regno normanno e sono parzialmente riportate nelle miniature di Pietro da Eboli nel De rebus  Siculis.
Lo stesso cronista descrive l’assedio e il saccheggio di Salerno nel 1194 da parte dell’Imperatore Enrico VI, durante cui venne perpetrata una grande strage di cittadini e che viene ricordato come l’apice della decadenza di Salerno. Tuttavia, la fine dell’egemonia normanna e l’ascesa degli Svevi segnarono, soprattutto durante il regno di Manfredi, un periodo di rinascita e di sviluppo per la città. Il Re, grazie all’intercessione dell’amico Giovanni Da Procida, priore della Scuola Medica Salernitana, fece realizzare il molo che ancora oggi porta il suo nome, “Molo Manfredi”. Contemporaneamente anche la cerchia muraria venne rinforzata. Sembra che Manfredi oltre alle cure per il Castello si sia interessato a far riattivare i camminamenti sotterranei che mettevano in comunicazione la diverse torri di Salerno e di aver ristrutturato la Bastiglia, la grande torre cilindrica che ancora si può osservare isolata a sinistra di chi guarda il Castello, costruita da Gisulfo II. Posta su uno sperone roccioso che si protende verso la collina, l’antica Bastea si inseriva nel sistema difensivo assicurando il controllo del versante nord del Castello. La sua funzione era di avvistamento, a sussidio del Castello, rispetto a cui presenta un’ubicazione più elevata: grazie alla sua posizione era infatti possibile segnalare al Castello i movimenti che da quest’ultimo non erano direttamente visibili.La struttura complessiva è quella di uno spesso cilindro murario, con murature portanti di notevole spessore. (Figura 7). La muratura si presenta ordinata, con blocchi di dimensioni omogenee e corsi abbastanza regolari. Gli spazi interni sono articolati in tre livelli. Il primo fu utilizzato come cisterna nella fase cinquecentesca. L’ingresso è posto a livelli intermedi e si raggiunge attraverso una scala esterna collocata sul fronte nord. La scala che si trova tra due muri immette poi al livello superiore, anch’esso di forma circolare, da dove con altre scale è possibile raggiungere una terrazza praticabile. Qui, lungo la muratura evidentemente potenziata, si innestano tre cannoniere.  I solai piani furono costruiti nella fase cinquecentesca in sostituzione delle volte di cui si rinvengono le tracce delle imposte.

Le Raffigurazioni Di Salerno Nell’Età moderna
Dopo la sconfitta di Manfredi da parte degli Angioini, si costituì un regno con capitale Napoli, a cui fu legata la sorte politica di Salerno nei secoli successivi. La progressiva perdita di importanza della città è sottolineata dal fatto che monumenti, torri, chiese e monasteri vennero sempre più trascurati e spesso ceduti a privati. Il cambiamento della funzione degli edifici di utilizzo pubblico a residenze private influenzò il profilo architettonico della città. Tra il XV e il XVII secolo si succedettero miserie e calamità, come le invasioni dei corsari Turchi, tremende scosse di terremoto e improvvise epidemie di peste. Tuttavia il Castello non perse la sua importanza difensiva: durante il periodo spagnolo fu pavesato ed illuminato, la cinta allargata ancora nei lati di occidente, mezzogiorno ed oriente. Un documento del 1579 descrive l’ampliamento in età moderna: vi è indicata tutta l’ala sud-est del Castello che dal cortile porta fino all’avamposto di levante. La costruzione di una serie di cannoniere sottolinea come il Castello continuasse ad assumere l’originaria funzione di controllo e difesa del porto sottostante.
Anche se indicati come un periodo di decadenza, è proprio a questi secoli che risale la maggiore concentrazione di materiale relativa allo sviluppo urbanistico di Salerno. Da questi documenti si evince come Salerno abbia conservato la stessa fisionomia urbana che aveva nel periodo medievale, forse più per la conformazione geografica che per la precisa volontà degli abitanti. Tra le raffigurazioni interessanti una è sicuramente il disegno realizzato alla fine del cinquecento per iniziativa del celebre bibliofilo agostiniano Angelo Rocca; si tratta della prima raffigurazione che rende leggibile con sufficiente chiarezza l’assetto urbano di Salerno. (Tra il Castello e il mare. L’immagine di Salerno capoluogo del Principato, con contributi di autori vari). Si tratta di un disegno a penna con inchiostro marrone ad acquarello ocra, azzurro e rosso, su carta bianca, che rientrava in un progetto editoriale messo a punto dal monaco agostiniano Angelo Rocca nel corso di un viaggio compiuto per dovere d’ ufficio tra il 1583 e il 1584 dall’ Umbria alla Sicilia, durante il quale il frate raccolse quasi cento vedute di città, commissionate prima della partenza di Roma ai priori dei conventi da visitare, con l’intenzione di costruire un atlante. Il disegno di Salerno è nitido, rispettoso dei rapporti metrici, poco meno che in scala. La città appare dominata dal Castello, dal quale si dipartono le mura della cortina stessa secondo lo schema del triangolo. Gli elementi salienti della rappresentazione riguardano la chiarezza dell’andamento delle mura e l’entità dello sviluppo extraurbano. All’interno è evidente la congestione edilizia nella zona pianeggiante. L’urbanizzazione extra moenia appare già avviata sul versante occidentale e in maniera più marcata ad oriente. Inoltre questa stampa ci informa di uno scompenso idraulico, probabilmente un’alluvione provocata dal torrente Rafastia, che distrusse totalmente il quartiere di Fieravecchia e impose una nuova sistemazione del muro meridionale, con l’abbattimento del bastione centrale e dell’attracco di Porta Nova. Nella  storia della città questo avvenimento ebbe un’importanza decisiva, causando il dirottamento della maggior parte del traffico navale proveniente dalla Spagna verso Napoli e Gaeta.
La stessa impostazione del disegno, la città vista dal mare, si ritrova nell’acquaforte di Francesco Sesone, incisore di fine 1700 (Figura 9). Il dato sorprendente è che, rispetto al disegno di fine Cinquecento, non emergono qui sostanziali differenze nell’impianto urbano. Il circuito delle mura è immutato; più movimentato è l’ambiente verso Vietri, dove si notano masserie e case isolate; inoltre ben in vista è il canale dell’Annunziata e una serie di piloni sullo stesso versante, tracce del porto all’epoca in costruzione. Modesti sono anche gli elementi significativi introdotti dall’ammodernamento della struttura urbana: si tratta per lo più del rinnovamento delle aule di culto e dell’inserimento di alcuni palazzi. Persistono, in età moderna, più di un aspetto medievale: il reticolo stradale irregolare distribuito tra arterie principali e secondarie; l’assenza di vere e proprie piazze; la mancanza di un centro di riferimento a causa della compresenza di più poteri. Inoltre la ristrettezza delle aree aperte sembra escludere dalla città settecentesca la presenza di verde, che è limitato ai giardini privati. Estensioni più significative di orti e frutteti all’ interno delle mura cittadine si trovavano in buona parte a nord-est del centro urbano. Ulteriori indicazioni della persistenza dell’impianto medioevale possono essere derivate da una pianta di Salerno del 1794 (Figura 10), mediante cui è possibile risalire alla consistenza urbana della città, individuando il reticolo stradale principale e gli edifici più rappresentativi. Sono evidenti le mura bastionate lungo il lido mare e di porta Nova ad est; il Castello con i due bracci di cinta esterna; sotto la Bastia a nord; il confine naturale del corso del Rafastia ad est; la chiusura di porta Catena ad ovest. La zona orientale è praticamente priva di abitazioni. L’impianto stradale di collegamento della città con i centri della provincia è rappresentato dalla strada dei due Principati a nord, dalla strada di Vietri  ad ovest e dalla strada delle Calabrie ad est. Quest’ ultima scavalca tre ponti: sull’ Irno, sul Calcedonia e sul Rafastia. Per quanto concerne il reticolo interno della città, è possibile riconoscere dalla pianta le vie principali, come gli edifici di culto. Questo impianto di fine 1700 si conserverà ancora in parte immutato per decenni, a parte poche aggiunte, come la  realizzazione di Via degli Orefici, ora Via Mercanti.

L’urbanizzazione nel XIX e XX  secolo
Al principio del secolo XIX i nuovi metodi di arte militare e il perfezionamento delle armi da fuoco tolsero al Castello il carattere di edificio destinato ad assicurare efficacemente, con altre opere di fortificazione, la difesa della città; inoltre la mancanza delle necessarie riparazioni aveva poi fatto sì che varie parti dell’edificio cadessero in rovina. Conseguentemente,  intorno al 1815 il Castello, fu venduto dallo Stato e passò nel dominio dei privati.
La spinta all’urbanizzazione al di fuori dei confini del centro storico subì un deciso impulso dopo l’Unità d’Italia, e durante il XX secolo la città fu ancora di più ampliata. Vengono costruite piazze a disegno radiale collegate da assi stradali, schema che fu adottato in considerazione del sempre maggiore traffico automobilistico. Fu progettato un nuovo quartiere orientale aperto a ventaglio dalle zone alte della via dell’Orto Agrario, in direzione delle zone basse, ad est verso l’ Irno e a sud lungo la direttrice corso Vittorio Emanuele/Piazzale della Ferrovia. Nuove aree residenziali sorsero lungo la strada che congiunge  Salerno alla Valle dell’Irno. In questo modo il Centro Storico viene a trovarsi in un triangolo i cui vertici sono il porto, la zona industriale (Fratte) e la stazione. Nel 1928 un intero rione fu costruito su quello di Fieravecchia. Venne realizzata la Via dei Due Principati. Furono costruiti il Liceo Tasso ed il Campo Sportivo sul vecchio cimitero. Sorsero i primi mulini verso la Stazione. Furono realizzati: Corso Vittorio Emanuele, Via Roma, Corso Garibaldi, il palazzo della Prefettura e i giardini fino a piazza Cavour. Vennero poi realizzati i giardini del Lungomare, Via Lungomare e Piazza della Concordia. A metà degli anni Trenta, Salerno si presentava completamente trasformata: lo slittamento degli assi stradali verso il mare e il conseguente sviluppo della parte orientale con l’insediamento di pubblici uffici aveva accelerato la progressiva decentralizzazione del Centro Storico.
Oltre al Castello, anche le altre opere difensive della città furono dimesse o abbattute, con l’eccezione della torre La Carnale, che dopo l’unità d’ Italia e fino al 1924, fu adibita a Polveriera per la Divisione Militare di Salerno. Le Porte vennero abbattute e di esse restano gli avanzi della Porta di Ronca, presso la via Spinosa, della Porta del Fornaro, nel rione delle Fornelle e della Porta Rateprandi, al di sotto della Chiesa di S. Andrea de Lavinia. L’unica Porta attualmente conservata è la Portanova, presso la Piazza della Rotonda, ricostruita nel 1754 e ribassata verso il 1890, per effetto di rialzamento del piano stradale di tutta la Piazza circostante.

Conclusioni
Nonostante il tempo e l’incuria, il Castello rimane tuttavia uno dei monumenti salernitani più ragguardevoli dell’antichità medioevale, e ancora oggi,  nonostante  la Pentuclosa e la torre Mastra non siano più visibili, come pure la Cappella e le Sale d’armi, al visitatore il Castello appare in tutto il suo fascino silenzioso, testimonianza dell’antica grandezza della città.
Per concludere è impossibile non citare le parole di Matteo Fiore (Il castello principale di Salerno, 1952): “La superba fortezza, onusta di storia, testimone di tante lotte e tanti eventi, di imperi scomparsi e dinastie spente, di tirannidi abbattute e libertà conquistate, guarda ancora dall’ alto Salerno, ricca di fama e di bellezza, e con voce possente incita a trarre dalle gesta degli avi il monito della conquista di un avvenire sempre più prospero e degno della gloria del passato.”


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